Le modifiche allo Statuto di Banca d’Italia, l’innocenza apparente.


Dopo il baccano infermale scatenatosi sulle modifiche dello statuto della Banca d’Italia e dopo aver letto il testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale è possibile formulare dei giudizi che nel momento della sua approvazione non era possibile dare, vista anche la drammaticità dei fatti avvenuti in quel frangente.
Oggi tutti i giornali vicini al governo e molti commentatori condannano (e giustamente aggiungo) i Deputati del M5S sull’esagerata reazione al contenuto delle modifiche introdotte che alla troppo frettolosa interpretazione “populista” che ne hanno data. Tralasciando anche la non brillantissima e poco intelligente gestione della cosa della Presidentessa della Camera On.le Boldrini, il messaggio che ora si intende far passare è che da questa cosa gli Italiani ci hanno guadagnato almeno i soldi per l’abolizione di un pezzo della seconda rata IMU. Non è prorprio cosi. I fatti e le conseguenze future di queste modifiche dello Statuto di Banca d’Italia e delle norme di contorno sono assai ben peggiori di quelli paventati dai Deputati del M5S, sarebbe a dire un regalo alle banche ed alle assicurazioni Italiane oggi titolari delle quote di Banca d’Italia. La probabile conseguenza di ciò sarà (almeno nelle intenzioni di chi questa cosa la ha pianificata) è quella di condizionare in maniera sostanziale le scelte di politica economica dei futuri governi, probabilmente non a loro amici.

Iniziamo ad analizzare i punti fermi e certi di questa riforma che sono:
a) rivalutazione a 7,5 miliardi di euro del capitale
b) riduzione dell’aliquota di tassazione delle plusvalenze dal 20% al 12% derivanti dalla rivalutazione di cui al punto a)
c) allargamento della platea di soggetti potenziali titolari delle quote sociali.
d) Obbligo di cessione entro tre anni delle quote eccedenti il 3% dagli attuali possessori con obbligo da parte di BdI di provvedere al riacquisto dell’eccedenza al valore nominale qualora i titolari non siano riusciti a venderle.
e) Possibilità di cedola fino al 6% del valore nominale delle quote rivalutate

Ad una prima analisi il provvedimento non sembra mal congeniato o presentare aspetti negativi per l’interesse dello stato e di conseguenza del cittadino italiano cittadino Italiano. In realtà non propriamente cosi.
Sgomberiamo il campo da una fatto: poteva essere evitato un provvedimento di rivalutazione delle quote? La risposta è no. Occorreva farlo per il semplice fatto che i proprietari delle quote hanno usato le valutazioni di bilancio più disparate andando dal valore quasi prossimo a quello nominale a valore di 3 o 4 volte quello rivalutato. Si è sgombrato il campo da incertezze non da poco sulla valutazione dei patrimoni dei possessori delle quote. Il provvedimento non poteva essere evitato anche e soprattutto in vista dei testi di solidità patrimoniale delle banche previsti in primavera. Per la ragione esposta sopra le banche che non avevano sopravvalutato le proprie quote ne avranno un beneficio gratuito o quasi. Quasi perché dovranno comunque pagare delle tasse sulla plusvalenza ottenuta comunque ad una aliquota inferiore a quella ordinaria. Alcune però registreranno una minusvalenza che verrà riportata a credito di imposta per i prossimi anni. Apparentemente c’è un vantaggio di flusso di cassa per lo stato derivante da questo introito. Nella realtà le banche sterilizzeranno questo versamento portando immediatamente nel 2014 a perdita parte dei crediti inesigibili. Negli effetti pratici dei previsti 800 milioni di introito (c’è chi ha registrato delle minusvalenze come CariGe) realmente ne arriveranno meno della metà per forza della quota di perdite straordinarie da crediti inesigibili che verranno imputati ai bilanci 2014. C’è comunque un flusso positivo di cassa.
Sino a qui gli effetti contabili prevedibili. Un bilancio tutto sommato positivo.
Il problema, perché c’è un problema nasce dalle modifiche di cui ai punti c) d) e e) delle modifiche allo statuto. Queste sono più subdole e poco chiare nel procedere del tempo. In un colpo solo si sono rimossi due degli elementi che potrebbero sconvolgere l’intera economia italiana ponendo Banca d’Italia nella stessa area di rischio e di oscillazione del valore delle quota che una qualsiasi società per azioni di diritto privato quotata in borsa, ponendo di fatto un istituto di Diritto Pubblico nella stessa condizione di una società di diritto privato rispetto alla speculazione. Il fatto che le quote siano vendibili nella sostanza a soggetti FUORI dal controllo di BdI stessa (le banche) e dello stato (le assicurazioni) può dar origine a operazioni di speculazione che hanno come oggetto le quote di BdI ma come obiettivo la credibilità del debito pubblico e privato italiano. Il punto d) non è altro che un meccanismo di sicurezza per gli attuali possessori dal rischio di caduta del valore delle quote per cui hanno un’assicurazione che permetterà loro nell’arco di tre anni di staccare cedole pari al 6% del valore nominale delle quote possedute incluse quelle eccedenti il 3% e di avere al termine dei 3 anni comunque il valore nominale della quota eccedente assicurato, anche in presenza di forte svalutazione del valore della quota stessa dato che prima dei 3 anni non è possibile forzarle alla vendita sul mercato delle quote eccedenti. Il titolare delle quote si trova quindi in una situazione di copertura assoluta: può solo guadagnare. Dove si cela il rischio per lo Stato e quindi per il cittadino Italiano? Esso si cela nella possibilità, concreta e certa, che la gestione di BdI verrà condizionata dai futuri proprietari delle quote che vedranno nel loro possesso e nella possibilità di far variare a piacimento il valore delle quote con le immaginabili e concrete ripercussioni sull’immagine di solidità della BdI stessa e di riflesso del sistema economico sottostante. Nella sostanza il possesso delle quote e la possibilità di far variare a piacimento il loro valore offrendone o domandandone esporrebbe presso i mercati BdI a altalenanti aspettative al rialzo o al ribasso che si rifletterebbero immediatamente amplificate sia sulle società quotate in borsa che sui titoli del debito pubblico.
In una prevedibile, se non certa, situazione di disfacimento dell’Eurozona e con il relativo ritorno alla sovranità popolare il possesso delle quote di BdI in mano a soggetti non posti sotto i diretti poteri di sorveglianza di BdI o dello Stato potrebbe rappresentare un ostacolo al ritorno alla sovranità monetaria e comunque fonte di fortissimi costi rappresentati in aumento dei tassi di interesse passivo sul debito pubblico e fortissima perdita di valore delle società quotate nella borsa italiana: nella sostanza un condizionamento della democrazia paragonabile ad una dittatura.

Altro che partita di giro o operazione positiva: questa operazione è la preclusione a qualsiasi speranza di indipendenza o di semplice difesa dai meccanismi della speculazione finanziaria. Andava bloccata. Purtroppo hanno provato a bloccarla gli unici che non l’hanno capita realmente. E ci si sono quasi giocati quel poco di credibilità che avevano.

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