In che mani siamo?


La domanda sorge spontanea vista la sequela ininterrotta di fallimenti di tutte le politiche economiche messe in campo dalla UE, dalla BCE e dai vari Stati per controbattere la crisi economica che investe i paesi Europei dal 2008. Se tutte le azioni tattiche non producono effetti ma aggravano la situazione è ovvio che deve esserci un problema nella strategia che le determina.

E cosi è (e non poteva essere diversamente). Si scopre, cosi , casualmente che i modelli econometrici usati dal FMI e ripresi dalla UE e dalla BCE erano errati alla base. Prima Olivier Blanchard dell’FMI dimostra come tutti i modelli usati sinora dall’FMI sottovalutassero in maniera “drammatica” il moltiplicatore fiscale, cioè il rapporto tra tagli al deficit e diminuzione della crescita e che in tempi di crisi si può barattare, numeri alla mano, un po’ di inflazione per un po’ meno depressione e che è assurdo rimanere impiccati a un 2 per cento (il target scolpito nelle tavole di Francoforte dalla paura atavica dei tedeschi per l’inflazione dai tempi di Weimar), mentre sfondare quota 4 per cento non porterebbe alcuna catastrofe ma solo un po’ di PIL in più.
Il fatto che scredita completamente le politiche sinora perseguite viene dalla  Amherst University nel Massachusetts dove due Professori Robert Pollin e Michael Ash affidano a un loro studente, Thomas Herndon, un esercizio classico ma a quanto pare poco praticato nel campo delle scienze economiche: prendere i dati su cui si basa una famosa ricerca e rifare i conti. E lo fanno su quello che è considerato lo studio alla base delle politiche economiche anti-crisi più in auge fra gli economisti di scuola “Monetarista/Liberista”, sarebbe a dire il famoso “Growth in a Time of Debt” scritto a due mani da Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart.  Risultato: i conti di Rogoff e Reinhart erano sbagliati.

Detto questo uno si aspetterebbe che i signori della UE, della BCE ed i vari governanti, incluso il neo Presidente del Consiglio Enrico Letta (autore di un libello dal titolo profetico “Euro sì. Morire per Maastricht”) prendessero la dignità (se ne hanno) con entrambe le mani e si presentassero dinanzi ai cittadini dicendo: “Abbiamo sbagliato e causato nell’ignoranza più danni di quelli a cui intendevamo porre rimedio. Abbiamo capito il nostro errore e con la vostra comprensione vi porremo rimedio.”

Ma questo non avverrà per alcuni semplici motivi:

1) i politici degli stati EU non hanno il coraggio, la consapevolezza e forse nemmeno più l’autorità e l’autonomia giuridica per farlo avendo supinamente ceduto poteri alla EU ed alla BCE.

2) i dirigenti di EU e BCE hanno usato scientemente queste coperture “accademiche” e pseudo-scientifiche per giustificare il loro operato verso l’opinione pubblica.

Lo hanno fatto con tale insistenza ed impegno da far dubitare che tali studi siano stati appositamente commissionati per giustificare un progetto realizzato in maniera palesemente assurda come l’Euro. Talmente assurda da sembrare la trama di un romanzo di Ian Fleming nella migliore delle ipotesi e nella triste realtà frutto del pressappochismo di gente inidonea a curare gli interessi dei molti perché troppo avvezza a curare quelli di pochi. Tanto che si sono costruiti uno scudo di protezione giuridica che li rende imperseguibili per qualsiasi reato dovesse esser loro ascritto nell’esercizio delle loro funzioni.

Occorre che l’opinione pubblica sia edotta di questo e che queste persone esautorate dai loro incarichi e spogliate di ogni tutela da essi stessi creata a loro protezione.

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